I campi di concentramento provinciali di Salò

Cattura

Come scrivevo nell’articolo precedente, riguardo i rapporti tra italiani della neonata repubblica di Salò e i nazisti occupanti poco si sa e pochissimo si è scritto. Le infami leggi razziali, le deliberazioni precedenti del Gran Consiglio, il manifesto (con assolute astruserie scientifiche) della razza, firmato da fior di scienziati, sono purtroppo cose note a tutti e sviscerate lettera per lettera. Purtroppo solo da poco tempo si sa del programma di eliminazione degli ebrei, prioritario per il nefasto regime nazista ancor più di vittorie in guerra.
Quando dopo l’armistizio dell’otto settembre fu occupata l’Italia, questo terribile programma fu esteso al nostro paese, ufficialmente antisemita, ma rifugio per chi fuggiva dal tallone nazista. L’esercito italiano, anche nella Francia occupata, fece di tutto perché gli ebrei rastrellati fossero protetti, e fino a quando fu possibile aiutarono i perseguitati. Dopo la creazione della repubblica sociale, con la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, la tragedia si abbatté ancor più su di noi! Poco più di due mesi dopo, fu emanata la famigerata ordinanza di polizia numero cinque, che dichiarava di ebrei nemici, passibili di immediato arresto, sequestro dei (residui) beni, e, orrore supremo, inviati in campi di concentramento provinciali in attesa (articolo 3 dell’ordinanza) di esser inviati in un campo di concentramento unico nazionale. Questi campi, lo vedete sulla cartina in didascalia, furono 28. Tranne a Vo’ Vecchio in Veneto, furono allestiti per poche settimane, a volte vi furono fatti transitare 8/10 persone, molti bambini, qualche misto che avrebbe dovuto essere esentato. Spesso dopo pochi giorni furono trasferiti a Fossoli, unico campo nazionale “appositamente allestito” (parole loro). Spesso i campi furono le prigioni stesse, come a Milano e Roma, da dove furono poi prelevati per le tragiche Fosse Ardeatine (lo zio di Paola fu uno dei trucidati). I miei nonni, Giulio e Amelia (Dada), che vivevano a Verona, compresero tutto, forse ben consigliati da autorità amiche. Lasciarono la città poco dopo sede del governo e del nuovo fascismo (vedi il manifesto di Verona, che ci dichiarava nemici tout court), arrivarono a Roma proprio a cavallo del triste 16/10/43, giorno della razzia, che, ignari, sfiorarono per un pelo, dormendo da noi a via Sabotino nel salotto, ed infine vennero per qualche giorno a Velletri (non li vedo usare i campi per bagno, proprio no), trovarono poi una pensione a Roma, rimasta sconosciuta, affittarono casa a via Caroncini, nella imminenza del giugno ’44, arrivo degli alleati, e cercarono per noi una casa in viale Parioli, ubicazione sconosciuta, vicino a loro. Come era facile firmare contratti di affitto allora! Ma cosa sapevano i comandanti dei campi e i politici italiani del tragico destino riservato ai prigionieri dai nazisti occupanti? Dopo Fossoli ci fu quasi per tutti l’inferno di Auschwitz, da dove pochissimi fecero ritorno. Documenti scritti non se ne sono trovati, ma è purtroppo evidente l’acquiescenza di tutti: ministri, capi di polizia, questori. Ecco: “italiani brava gente”, l’esatto contrario in questo caso, a differenza dei comandanti militari. I rastrellati furono spogliati di tutto, si arricchirono nazisti, italiani e banche che si impossessarono dei beni di chi, purtroppo, non tornò. Tutti sapevano, ma facevano per loro comodo la politica dello struzzo. Soprattutto si insabbiò tutto ciò che poteva esser insabbiato, l’amnistia Togliatti fece il resto. Chi diresse giornali antisemiti, morì molti anni dopo la guerra nel suo letto, indisturbato; un presidente del tribunale della razza divenne addirittura presidente della corte costituzionale; i politici si riciclarono nei partiti del dopoguerra, anche quelli che avevano detto che gli italiani dovevano rimanere “razzialmente puri” (perché nel dopoguerra nessuno di noi li ha accusati?). Oggi impera nei social la polemica sulla frase di Gene Gnocchi, secondo me fuori luogo, su Claretta Petacci. Unica sua colpa fu aver amato Mussolini, e la pagò duramente, nonostante certamente non fosse proprio una filosemita. Non meritava, a mio avviso, la fucilazione e l’esposizione macabra di Piazzale Loreto. Molti altri, molto più colpevoli di lei, avrebbero meritato ben altri castighi. Finì in molti casi a tarallucci e vino, così è l’Italia.

10 pensieri su “I campi di concentramento provinciali di Salò

  1. Ti ringrazio e condivido. Su tutto quello che scrivi ne ero al corrente avendo studiato sul libro “Ordinaria amministrazione ” di Matteo Stefanori che tratta del dopo 16 ottobre e della rinascita del fascismo con la fondazione della R.S.I e dei suoi effetti. Tutto ciò aumenta il mio patrimonio di conoscenza e che trasmetto facendo da guida volontaria al museo della Shoah. Ti auguro una buona giornata.

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  2. Caro Fabio,
    Io invece non conoscevo in modo così dettagliato le tristi vicende. Ti ringrazio per questi tuoi scritti così appassionati .Speriamo che questa tragedia serva (come tutti i crimini contro l’umanità) a far riflettere e evitare che anche solo atteggiamenti di intolleranza e insofferenza a causa di discriminaziinni razziali o di genere si ripetano . Purtroppo la strada da percorrere in questo senso è ancora lunga e tortuosa ma bisogna continuare con vigore ad affrontarla.
    Un abbraccio a tutti voi

    Laura

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  3. Caro Fabio, l’orrore di quanto avvenuto in quel periodo non va dimenticato. Non va dimenticata la ferocia disumana ed assurda dei nazisti, la plageria e la stupidità con cui i fascisti repubblichini si unirono a loro, non va dimenticata nemmeno la vigliaccheria e l’indifferenza con cui molta gente si comportò. Proprio ieri ho visto su Rai storia un servizio sulle leggi razziali. Veniva ricordato l’allontanamento dei docenti ebrei dalle cattedre universitarie, l’interesse subito manifestato da altri docenti ad occupare i loro posti. Veniva anche ricordato che dopo l’allontanamento di Attilio Momigliano la sua cattedra venne offerta a Massimo Bontempelli, che però rifiutò di succedergli. Fu un caso raro, ma qualcuno ebbe il coraggio di dissociarsi. Un caro abbraccio Claudio

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  4. La storia che ci racconti è interessante e ci sembra di viverla.
    Sulla morte non si specula e sono d accordo anche se la satira è satira.
    Claretta si arricchiva chiedendo favori al suo amato e facendosi pagare da coloro che le chiedevano di essere aiutati
    chissà poi quanto amasse il suo uomo e quanto le fosse piacevole arricchire la sua famiglia sulla pelle di tanta gente che le chiedeva di essere aiutata
    così la dipinge lo scrittore Arrigo Peracco
    non parliamo del marito spedito lontano per favorire la storia con il duce…
    quanto ignara o complice?

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  5. Tutto cio che dici puo’essere vero,ma e’ indubbio che Claretta poteva certamente evitare una cosi triste fine,andando all estero con i suoi famigliari,volle condividere la sorte di Mussolini fino all ultimo, In realta’ i favori fu ( forse) piu’ il fratello Marcello che li gesti’ che lei.E fu tra i fucilati di Dongo. Trovo comunque almeno inelegante la frase di Gene Gnocchi

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  6. Caro Fabio,

    è tutto interessante quanto hai scritto e trovo condivisibili le Tue opinioni.

    Quanto a Gene Gnocchi, forse hai ragione, la sua uscita su Claretta Petacci non è stata “elegante”.

    Però non la trovo nemmeno tanto grave da suscitare reazioni e polemiche.

    È nobile, da parte Tua, esprimere sulla Petacci un giudizio non troppo severo, dato che – come secondo me correttamente osservi – la sua colpa effettiva è stata quella di aver amato il dittatore (sai come si dice, vero? “nella donna, il fascino è potere; nell’uomo, il potere è fascino!”).

    Anzi, non posso negare che saper rimanere vicino al proprio partner anche dopo che lo stesso è caduto in disgrazia, attesta la sincerità del sentimento e conferisce dignità alla figura di chi dimostra di possedere un simile coraggio. Pertanto, la Petacci sotto questo profilo, merita rispetto.

    Adesso, una mia notazione personale.

    Al pari di Te e di Paola, amo immensamente i miei figli, al di là della stima che possa nutrire verso di loro.

    I figli, lo sappiamo, si amano a prescindere.

    In questo periodo Diego, il mio primogenito, sua moglie ed i loro tre bambini, dimorano a casa mia dato che hanno acquistato una casa più grande di quella dove risiedevano e su quella nuova sono in corso i lavori di ristrutturazione.

    Ieri a cena Diego ha detto a sua moglie che intende, all’inizio dell’estate di quest’anno, portare lei ed i bambini ad Auschwitz.

    Ha aggiunto che intende iniziare a raccontare ai suoi figli (di 10, 7 e 4 anni), quanto è accaduto e quello che gli ebrei hanno dovuto, senza alcuna colpa, subìre.

    Beh… lasciamelo dire… questo mi ha inorgoglito non puoi immaginare quanto!

    Ti fa “gonfiare il petto” la constatazione di avere un figlio non soltanto intelligente, ma con i valori che ci si augura di avergli trasmesso attraverso la tua condotta!

    Ai figli non bisogna insegnare soltanto – lui sostiene – a non rubare, a non disturbare gli altri, a non mettersi le dita nel naso, a stare composti a tavola, etc.

    La prima cosa è, invece, fare in modo che possano apprendere sin dalla tenera età (quando non sono ancora condizionati), i principi umani fondamentali cui devono ispirarsi le nostre azioni, affinché possiamo dirci ad ogni effetto “esseri umani”!

    Beh, non aggiungo altro.

    A.

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  7. Pingback: I certificati trentennali Egeli | Bordimaia

  8. Caro Fabio,

    ho molto apprezzato il tuo articolo che per altro mi ha molto turbato: non conoscevo la storia di un presidente della corte di cassazione con un passato di razzista, di cui tu non fai il nome ma che mi è stato facile con google identificare. Bene hanno fatto comunque a rimuovere il suo nome da quella strada di Napoli che gli era stata intitolata, sostituendolo con quello della bimba deportata Luciana Pacifici: in particolare ho apprezzato che proprio a Napoli non abbiano ripetuto il ritornello “scurdammoce ‘o passato, simm ‘e Napule paisà!”. Penso che proprio nell’ora buia che stiamo attraversando sia un dovere non dimenticare il passato perché i corsi storici si ripetono anche se diversamente mascherati. Grazie di cuore fratelcugino Fabio e cari saluti.

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